ANDREA STERPA arte

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Intervista ad Andrea Sterpa

di Domenico Di Caterino
15 Agosto 2006

DDC: Secondo me bisognerebbe riaprire la sfera pubblica dell’arte, investire su una idea di cultura e di fare artistico diffuso e democratico nel senso ampio del termine.
D’altronde non esiste arte senza comunità, per comunità in questo caso intendo libere associazioni di artisti indipendenti con il sostegno di altre reti territoriali, pensi sia un progetto troppo utopico?
AS: L’arte, quella vera, quella che fa muovere i mercanti, i collezionisti, i musei e le istituzioni, ha uno scopo pubblico. Questa arte può essere democratica, sociale, comunitaria.
L’ arte vera è per pochi, perché sono pochi quelli che hanno una sensibilità maggiore, una intelligenza superiore, una cultura superiore, le conoscenze giuste, il denaro giusto e perché no? l’adeguata fortuna. L’arte vera rimane alla storia, ne fa parte, necessita di tutto questo, e pur raccontando la società, la comunità, la realtà e la “realtà non data”, non necessariamente ne deve par parte.
DDC: Il tuo lavoro ha una dimensione pubblica o privata? A chi ti rivolgi come artista comunicatore? La tua è una arte con la A maiuscola?
AS: Il mio lavoro ha dimensione pubblica. Fare arte solo in una dimensione privata non credo sia arte. I miei riferimenti sono legati ad artisti emergenti ed a giovani organizzatori di eventi artistici, nonché i normali (a volte banali) mezzi di comunicazione on line.
Il limite tra arte con la a minuscola e maiuscola è nel riscontro del pubblico che porta al famoso salto di qualità.
La mia arte è con una a minuscola. Quando guardandomi attorno scopro le performance di Vanessa Beecroft, i film di Matthew Barney o i volti di Marta Dell’Angelo, mi sento ancora molto piccolo.
DDC: Ti senti piccolo davanti a Barney e la Beecroft? Loro sono figli di un circuito ristretto e privatizzato, sono privi di una dimensione pubblica e non hanno pubblico che non sia quello specializzato “costretto” a comprenderne il senso (sempre che ci sia senza sovrastrutture di mercato).
Davanti a tali artisti tu dovresti sentirti immenso, sempre che la tua piccolezza non sia mossa in realtà semplicemente da un sentimento d’invidia nei confronti della diffusione che i mercati impongono delle loro operazioni dal budget hollywoodiano,
intendi questo quando parli di pubblico?
AS: Il vero pubblico è quello che apprezza, comprende ed ama il lavoro di Beecroft e Barney. Io sono “vero pubblico”, più che artista.
L’arte contemporanea non è di massa, descrive e racconta il tutto ma non gli appartiene. Oggi per essere artista bisogna stare dentro quello che definisci “circuito ristretto e privatizzato”. L’arte di troppi è pattume. L’alternativa è fare arte senza lasciare tracce alla storia, questa è la dimensione artistica che sto vivendo, senza sentirmi immenso di fronte a questo sistema e senza invidia per nessuno.
DDC: Io e te apparteniamo a quel cinque per cento di popolazione che emette il quaranta per cento dell’inquinamento globale (quadri compresi, devi sapere che talvolta butto i miei a miri suscitando l’ira di ecologisti ed ambientalisti), usiamo e sprechiamo risorse forti di ricatti militari ed economici che ci permettono di agire così, pensi che tutto ciò non passi anche per la quotazione della Beecroft?
AS: L’apparato militare ed economico globale non credo eserciti forti ricatti su di me, su di te, sulle nostre risorse e dubito ci sia un legame profondo attendibile tra questo e le quotazioni della Beecroft. La riconoscibilità e il forte messaggio sociale fa della Beecroft qualcosa che va al di là dei miei quadri, delle mie risorse e dell’inquinamento globale.
Amo interpretare la realtà-data come meglio credo, senza paletti e canoni e non nego, anzi affermo fortemente, che gli artisti che ti ho citato, e una immensità meno famosa-globalizzata-di sistema, mi hanno dato e continuano a darmi stimoli nella produzione della mia arte, nell’evoluzione-riflessione del mio pensiero e nella conoscenza dei vari strati della mia personalità e in quella della società-contemporaneità nella quale sono immerso.
DDC: Io trovo invece che questo sistema artistico sia costituito da tanti e troppi spettatori, una fabbrica estremamente produttiva di capitale e di spettatori epigoni, emuli e passivi come te.
L’assorbimento indiscriminato di immagini artistiche imposte ostacola e non stimola o facilita l’assimilazione del sapere.
Mi riferisco allo spettatore artista ma anche all’artista attore come te quando ti relazioni ad un pubblico da galleria.
AS: Non mi sento emulo, piuttosto sono osservatore, critico, razionale. Assorbo molto ed è questo che accresce una persona, immagazzinare, fare cernita, apprendere e progredire … e se per fare questo è necessario vivere in una società fatta di troppi spettatori, passivi o attivi che siano, mi ci trovo bene.
Amo la mia libertà democratica-decisionale-artistica relazionata ad un pubblico qualsiasi (amo essere eremita e contemporaneamente amo relazionarmi con il pubblico di una galleria, di una sagra o di una performance di Vanessa Beecroft). Chi si adatta a questa realtà la vive la sfrutta, se ne serve e serve ad essa. Chi la rifiuta, la denigra e sogna esclusivamente di rivoluzionarla ne rimane escluso.
DDC: Aristotele ammoniva che il sovrano poteva e doveva contare sull’obbedienza dei suoi sudditi.
Pochi arditi si immaginavano simili a dèi e potevano essere facilmente censurati e/o condannati all’oblio, gran parte dei sudditi o aspiranti tali rifiutava anche solo la possibilità di tale condizione, preferiva la gabbia all’isolamento. Mi sembra di capire che tu come artista preferisca la gabbia delle gallerie all’isolamento, sbaglio?
AS: Non ho molti rapporti con le gallerie: non mi prostituisco al primo arrivato che mi chiede i soldi per esporre, faccio una cernita, scelgo con calma e qualche volta vengo invitato. Non ho necessità di esporre in galleria e di far conoscere la mia arte fatta di una “a” minuscola e non sento di dovermi impegnare a fondo affinché venga apprezzata. Tra la gabbia (nero) e l’isolamento (bianco) scelgo il grigio.

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